Artrite reumatoide: doppio rischio per il cuore

Artrite reumatoide: doppio rischio per il cuore

Crolla la granitica certezza di un tempo basata sul fatto che l'artrite reumatoide non fosse in grado di sottrarre nemmeno un giorno alle aspettative di vita di un paziente; tutt'altro, un malato di artrite reumatoide ha rischio doppio di andare incontro ad infarti e ictus

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    Artrite Reumatoidfe

    Solo chi vi soffra e chi segue a qualsiasi titolo un paziente affetto da artrite reumatoide sa quanto penosa sia questa malattia ma oggi, nonostante le moderne terapie, per lo più “biologiche”, per contrastare quella che è ben conosciuta come una patologia autoimmune e dunque dall’andamento cronico a vita e dunque inguaribile ma curabile, si starebbero delineando maggiori informazioni sul decorso della patologia e si verrebbe a conoscenza di alcuni aspetti generali che un tempo si sconoscevano. Visto che l’artrite reumatoide è una malattia conosciuta da circa un secolo ma solo da un ventennio appena curata in maniera più completa, restava da vedere quanto fosse vera la granitica certezza della medicina di un tempo nel rapportarsi a questa patologia sostenendo che, per quanto rendesse penosa la vita all’ammalato, l’artrite reumatoide tuttavia non potesse essere chiamata in causa quale responsabile nel diminuire nemmeno di un giorno l’aspettativa di vita del paziente.

    Cuore a rischio con l’artrite reumatoide
    Non sembra oggi per nulla così, almeno stando a quanto emerso dal Congresso annuale dell’European League Against Rheumatism dove si è discusso delle nuovissime acquisizioni sulla patologia seguite dalle ricerche condotte da scienziati olandesi che sono giunti alla triste conclusione che gli affetti da artrite reumatoide hanno il doppio delle possibilità di incorrere in successivi problemi anche seri di natura cardiovascolare; addirittura, secondo il professore Daniel H Solomon del Brigham and Women’s Hospital e dell’Harvard Medical School di Boston questi pazienti possono andare incontro a infarti o ictus alla stregua dei pazienti affetti da diabete di tipo II .

    Quanto ascrivibile alla malattia o alle cure che si fanno per tenere sotto controllo l’artrite reumatoide nella determinazione dei rischi di cui sopra non è ancora del tutto chiaro, ma gli studi olandesi su 353 pazienti di cui una parte affetti da artrite reumatoide e una parte affetti da diabete e malattie cardiovascolari, ha indicato di come quasi sovrapponibile sia stato il rischio di complicanze al cuore e non solo ad esso, nei due gruppi tenuti in osservazione se si pensa che nei tre anni di studio, ben l’8,6% dei pazienti affetti dall’artrite reumatoide sono andati incontro a ictus o problemi seri di natura cardiovascolare, insomma raddoppiando la percentuale di insorgenza di questi problemi rispetto alle possibilità di incorrervi in persone sane. Al punto che, come detto, la stessa percentuale di rischio infarto e ictus si era determinata nella popolazione affetta da diabete di tipo 2.

    Uno studio americano individua le cause
    Uno studio condotto negli Stati Uniti su 10 mila pazienti non solo conferma i lavori scientifici olandesi ma li arricchisce di particolari circa le cause che determinerebbero il rischio cardiovascolare nei pazienti affetti da artrite reumatoide individuando, in aggiunta ai tradizionali fattori di rischio classici anche la presenza di noduli, la disabilità e lo stare a letto più del dovuto, tipico del paziente affetto da artrite reumatoide soprattutto nelle fasi di esacerbazione della sintomatologia, lo stesso indice di attività della malattia, pare quasi con certezza che giochino un ruolo importante nell’esporre il paziente a maggiori rischi di ictus ed infarto.

    Rischio cardiovascolare

    «L’artrite reumatoide dovrebbe essere considerata un importante fattore di rischio per le malattie cardiovascolari – fa notare Mike Peters del Jan van Breemen Institute di Amsterdam, uno degli autori delle ricerche olandesi -. Gli specialisti che seguono i malati dovrebbero quindi essere consapevoli di questo rischio elevato e, in aggiunta alla gestione dell’artrite reumatoide, consigliare ai propri pazienti anche di seguire uno stile di vita salutare e di non sottovalutare i sintomi e i segnali iniziali delle malattie cardiovascolari». «E’ ormai ben chiaro che le persone che soffrono di artrite reumatoide hanno più possibilità di andare incontro a malattie cardiovascolari rispetto alla popolazione generale – dice dal canto suo Daniel H. Solomon del Brigham and Women’s Hospital e dell’Harvard Medical School di Boston -. Ora sappiamo che anche fattori legati specificatamente all’artrite reumatoide giocano un ruolo simile ai classici fattori di rischio cardiovascolare e proprio per questo motivo è necessario per il futuro un impegno maggiore per prevedere gli esiti della malattie cardiovascolare nei pazienti con artrite reumatoide nonché una più attenta gestione terapeutica anche sotto il profilo cardiovascolare».

    Le nuove linee guida
    Ormai i cardiologi, i reumatologi, gli internisti e gli epidemiologi non hanno più dubbi, malattie del calibro dell’artrite reumatoide ma anche della spondilite anchilosante e ancora dell’artrite psoriasica devono essere considerate esse stesse veri e propri fattori di rischio cardiovascolare, da aggiungersi a quelli conosciuti, obesità, fumo di sigaretta, diabete, iperlipidemie.

    Ciò significa che questi pazienti andrebbero seguiti ogni anno e controllati da un punto di vista cardiovascolare e non solo, gli stessi pazienti dovrebbero seguire particolari stili di vita ad esempio, dieta, attività fisica, fumo e gestione dello stress; il trattamento con statine (farmaci per ridurre il colesterolo) e/o antipertensivi va considerato anche nei pazienti con malattie reumatiche; un trattamento antinfiammatorio aggressivo è raccomandato per ridurre ulteriormente il rischio cardiovascolare nei pazienti con malattie reumatiche infiammatorie.

    «I tradizionali fattori di rischio cardiovascolare sono indubbiamente più frequenti nei pazienti con malattie reumatiche infiammatorie rispetto alla popolazione generale, ma questa maggiore diffusione spiega solo parzialmente il maggior rischio cardiovascolare di questi pazienti – osserva Michael Nurmohamed, uno dei promotori della Task force Eular -. Ci sono sempre più evidenze che l’infiammazione possa essere l’anello mancante. Per questo motivo, i farmaci antireumatici modificanti la malattia e i biologici potrebbero anch’essi contribuire a ridurre il rischio cardiovascolare, mentre l’aggiunta di statine e antipertensivi potrebbe portare a benefici ancora più rilevanti rispetto a quelli osservati nella popolazione generale grazie alle loro proprietà antinfiammatorie».

    Conclusioni

    Insomma, un nuovo approccio alla malattia si sta mettendo in atto dove ad essere curata non sarà più la sola artrite reumatoide ma anche il rischio, ormai reale, che essa comporta esponendo il paziente a gravissimi accidenti vascolari che possono giungere persino alla morte.

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