Aritmie cardiache: cause, sintomi e classificazione

Le aritmie cardiache sono dei disturbi del cuore da non sottovalutare e che possono essere di vario tipo. Il cuore può essere affetto da alcune patologie in grado di influire sul normale ritmo cardiaco, ovvero sulla frequenza cardiaca. Le aritmie possono essere associate anche a condizioni meno gravi, come l’ansia. Scopriamo i sintomi, le cause e la classificazione delle aritmie cardiache.

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    Aritmie cardiache

    Quali sono le cause e i sintomi delle aritmie cardiache? Qual è la loro classificazione? Quando parliamo di malattie cardiache, il pensiero va spesso all’infarto oppure al soffio del cuore spesso congenito, ma il cuore – che è una vera e propria pompa naturale nell’organismo e che è un po’ il centro dell’universo per esso – pur nella sua perfezione, a causa dell’età oppure a fattori esterni anche responsabili dal tipo di vita che si conduce, può essere affetto da altre problematiche che possono influire sul normale ritmo cardiaco, ovvero sulla frequenza cardiaca. Caratterizzate da battiti cardiaci alti, accelerati o bassi, le aritmie cardiache possono essere associate all’ansia e ad altra sintomatologia. Qual è il trattamento adatto alla guarigione? Scopriamo di più in merito.

    Cosa sono

    Le aritmie cardiache sono delle alterazioni del ritmo di contrazione del cuore: queste anomalie riguardano sia il numero di battiti cardiaci al minuto – che possono essere accelerati, alti o bassi – che la propagazione dell’impulso che li genera.

    Ogni manifestazione aritmica presenta delle caratteristiche ben precise, le quali dipendono dalla patologia che le causa: ad esempio, ipertiroidismo, cardiopatie congenite o acquisite, fumo, abuso di alcol, uso di droghe e assunzione di alcuni farmaci o della caffeina.

    I sintomi possono, inoltre, essere diversi e dipendere dalla causa: bradicardia, dolore al petto, ansia, tachicardia, palpitazione o cardiopalmo, battito irregolare, senso di debolezza o vertigini, solo per fare qualche esempio.

    Il cuore

    Per comprendere appieno le aritmie cardiache, è opportuno parlare del cuore e della sua capacità di auto-contrarsi.

    Il miocardio o tessuto muscolare del cuore presenta delle cellule che si differenziano da tutte le altre dell’organismo per la loro automaticità e ritmiticità dell’impulso nervoso che è destinato alla contrazione: quando si parla di “automaticità”, ci si riferisce alla capacità di cominciare – in modo involontario e spontaneo – la contrazione delle cellule del miocardio, generando l’impulso nervoso; quando si parla di “ritmicità”, invece, si intende la capacità di trasmettere gli impulsi di contrazione muscolare con regolarità e ordine.

    Questo funzionamento è una vera e propria eccezione all’interno del corpo, in quanto le altre cellule muscolari non funzionano in questo modo: ad esempio, se si desidera piegare una gamba, il segnale parte dal cervello per, poi, giungere ai muscoli dell’arto; nel caso del cuore, invece, il segnale parte dalle cellule muscolari stesse e non è controllato dal cervello.

    Le cellule del miocardio possiedono, dunque, ritmicità e automaticità e sono raggruppate in determinate punti del cuore, aree chiamate “pacemaker” o “centri segnapassi”.

    Il nodo seno atriale è un centro segnapassi dominante, punto d’origine dell’impulso che si trova al livello della giunzione della vena cava superiore e l’atrio destro: il ritmo cardiaco imposto da tale nodo è conosciuto come “ritmo sinusale” e si occupa di scandire quello che è considerato un normale battito cardiaco. I centri segnapassi secondari servono, invece, a condurre il segnale di contrazione e sono il nodo atrioventricolare, il fascio di His e le fibre del Purkinje.

    Dopo un primo impulso, le cellule del miocardio necessitano di tempo per rispondere ad un impulso seguente: tale lasso di tempo è necessario alle cellule muscolari perché possa essere ripristinata la recettività ed è detta “refrattarietà”. È il cambiamento della refrattarietà e del centro dominante ad avere ripercussioni sulla regolarità del battito.

    Infine, con “ciclo cardiaco”, ci si riferisce all’alternarsi di una fase di contrazione del miocardio e di una fase di rilassamento: la prima è detta “sistole”, la seconda “diastole”. Durante la contrazione, il sangue è pompato nell’organismo tramite i vasi efferenti; al contrario, il rilassamento del miocardio consente al sangue di fluire nel cuore attraverso i vasi afferenti.

    La classificazione

    Qual è la classificazione delle aritmie cardiache? Come detto prima, le aritmie cardiache sono delle alterazioni del normale ritmo del battito cardiaco, che possono presentarsi come:

    1. Modificazioni della regolarità e della frequenza del ritmo sinusale: queste si traducono in tachicardie e bradicardie.
    2. Disturbi della conduzione o propagazione dell’impulso: questi provocano un rallentamento o un arresto dell’impulso durante il percorso dal centro segnapassi dominante ai centri secondari.
    3. Variazione della sede del centro segnapassi dominante: questa si verifica quando il nodo seno atriale perde automaticità o diminuisce, determinando la sostituzione con un centro segnapassi secondario e, dunque, ciò può comportare fibrillazioni atriali e ventricolari da non sottovalutare.

    Le aritmie possono essere classificate in base alla sede d’origine del disturbo e ai caratteri fisiopatologici delle alterazioni. Nel primo caso, le aritmie si distinguono in:

    • Aritmie sinusali: tale disturbo riguarda l’impulso che proviene dal nodo seno atriale, come nel caso della tachicardia sinusale, della bradicardia sinusale e del blocco senoatriale.
    • Aritmie ectopiche: disturbo che riguarda un segnapassi diverso dal nodo seno atriale e che riguarda la fibrillazione atriale, la tachicardia parossistica sopraventricolare, la tachicardia ventricolare e la fibrillazione ventricolare.

    Nel secondo caso, le aritmie sono divise in due grandi gruppi:

    • Aritmie dovute ad una modificazione dell’automaticità o formazione dell’impulso: di queste fanno parte le aritmie con variazione della sede del centro segnapassi dominante e con modificazioni della frequenza e della regolarità del ritmo sinusale.
    • Aritmie dovute ad una modificazione della conduzione o propagazione dell’impulso: di queste fanno parte le aritmie con disturbi della propagazione dell’impulso.

    La tachicardia

    La tachicardia è una condizione in cui la frequenza cardiaca, a riposo, supera i limiti di normalità: in questo caso, il cuore non è capace di pompare il sangue ossigenato all’interno del sistema cardiocircolatorio.

    Nella tabella che segue, vediamo la frequenza cardiaca normale, in base all’età.

    EtàFrequenze cardiache (bmp)
    1-2 giorni> 159
    3-6 giorni> 166
    1-3 settimane> 182
    1-2 mesi> 179
    3-5 mesi> 186
    6-11 mesi> 169
    1-2 anni> 151
    3-4 anni> 137
    5-7 anni> 133
    8-11 anni> 130
    12-15 anni> 119
    >15 anni> 100

    In linea generale, la normalità sono 60 battiti per minuto come valore minimo e 100 come valore massimo: sotto i 60 battiti, si parla di bradicardia – che vedremo più avanti – mentre, sopra i 100 battiti, si ha la tachicardia.

    La velocità con cui avviene il ciclo cardiaco è regolata da impulsi elettrici nelle diverse regioni del miocardio: in presenza di problemi, la frequenza cardiaca può scendere o salire ed è in tali circostanze che si parla di tachicardia o bradicardia.

    Le tipologie della tachicardia si caratterizzano dal fatto che i battiti del cuore superano, in media, i 100-120 al minuto.

    La tachicardia sinusale è un’aritmia, che può causare un aumento della velocità e della frequenza del ritmo cardiaco: si tratta della forma meno grave di tachicardia, che si verifica quando il muscolo cardiaco accelera il suo battito in corrispondenza di un’attività fisica che implica sforzo o emozioni forti, ma anche scompensi del metabolismo, ipertiroidismo, insufficienza cardiaca, stress, anemia, ansia o febbre. Con il termine “sinusale”, si indica il punto di origine, ovvero il nodo seno atriale.

    La tachicardia parossistica è, invece, più grave e riguarda la conduzione elettrica del cuore: questa fa la sua comparsa in modo brusco e improvviso ed è caratterizzata da un’alterazione del battito del cuore, che si può verificare con intenso esercizio fisico, sbalzi ormonali, emozioni forti, ansia, cardiopatie reumatiche, ipertiroidismo, cardiopatie congenite e simili.

    La bradicardia

    La bradicardia consiste in un’anomalia del ritmo cardiaco, che si presenta come un rallentamento della frequenza del ritmo cardiaco: in questo caso, infatti, il cuore batte più lentamente.

    Se il cuore batte troppo lentamente, parliamo, dunque, di bradicardia: si tratta di una situazione che è dipendente anche da particolari stati dell’individuo senza che per questo si entri nella patologia e l’esempio è quello di atleti allenati che riescono ad avere un ritmo cardiaco con una frequenza pari a metà di quella riscontrata in altri individui che atleti non sono e non solo stanno benissimo, ma proprio per la bassa frequenza ci deliziano con le loro imprese sportive: proprio per questo si parla di “cuore d’atleta“.

    Quando, però, la bradicardia diventa patologica, bisogna sicuramente intervenire per non mettere in pericolo la vita stessa del paziente: l’intervento praticato da tanti decenni è molto semplice e consiste nell’applicazione chirurgica di un cosiddetto “pacemaker” che si sostituisce a quello naturale, deputato a far battere il cuore, che si è guastato e il tutto torna alla normalità.

    La bradicardia viene misurata tenendo presente il numero di pulsazioni al minuto e può essere lieve, moderata o severa: la prima si ha quando i valori della frequenza cardiaca sono compresi tra 50-60 battiti per minuto; la seconda quando sono compresi tra 40-50 battiti e la terza quando i valori sono inferiori ai 40 battiti al minuto.

    La bradicardia può provocare scompenso cardiaco, stanchezza, vertigini, sincope e dolore al petto.

    La fibrillazione atriale

    La fibrillazione atriale è la più diffusa tra le aritmie cardiache ed è caratterizzata da un’alterazione del ritmo cardiaco che rende il battito del cuore irregolare e rapido: in questo caso, si verifica una conduzione anomala degli impulsi di contrazione del cuore, circostanza che si ripercuote negativamente sulla capacità di contrazione del miocardio e sul flusso di sangue pompato dal cuore nel circolo sanguigno.

    La fibrillazione atriale è, dunque, un aumento della frequenza che avviene, però, in maniera disordinata e scomposta e che, nei casi più severi, deve essere anch’essa trattata chirurgicamente – per via del rischio per la vita rappresentato in chi ne soffre – con un intervento che prevede l’ablazione, ovvero si procede distruggendo quelle aree cardiache che intervengono per aumentare la frequenza del cuore ma che, siccome malate, lo fanno in modo patologico: l’attuale tecnica di ablazione ha raggiunto un grado sofisticato di perfezione al punto che ciò che una volta si curava farmacologicamente si preferisce demandarlo, in determinate situazioni, alla chirurgia cardiaca.

    Del resto, ben venga l’ablazione, se si pensa che soprattutto le forme più impegnative di fibrillazione atriale – che sono abbastanza rare nelle persone fino a 70-75 anni d’età, con una casistica che non va oltre il due per mille della popolazione – divengono significative quando si superano i 75 anni, tant’è che l’incidenza in questo caso può arrivare fino al 10 per cento dell’intera popolazione anziana.

    La fibrillazione atriale costituisce un rischio significativo per la salute del paziente e, se non adeguatamente trattata, è destinata a portare alla morte; al contrario, con un intervento tempestivo, nella stragrande maggioranza dei casi si risolve positivamente.

    In caso di fibrillazione atriale, la frequenza cardiaca può arrivare a 350-400 battiti al minuto, superando i 100 come valori di normalità.

    A seconda della durata e dell’insorgenza, si può parlare di fibrillazione atriale parossistica o fibrillazione atriale permanente o cronica: nel primo caso, il battito ventricolare può raggiungere più di 140 battiti per minuto; mentre, nel secondo caso, la frequenza può essere di 100-140 battiti per minuto.

    La fibrillazione ventricolare

    La fibrillazione ventricolare è un’aritmia caratterizzata da contrazioni rapide, irregolari e inefficaci dei ventricoli: questa condizione conduce ad una grave compromissione della gittata cardiaca – ovvero, il flusso di sangue ossigenato pompato verso i tessuti e gli organi del corpo – che può portare ad un efflusso di sangue insufficiente e a un’ossigenazione carente.

    Tale alterazione del battito cardiaco – generalmente, fatale – è a livello dei ventricoli, che si contraggono in modo veloce e irregolare, oltre che ad intensità variabile.

    I sintomi

    I sintomi delle aritmie cardiache sono diversi e variabili e possono, quindi, includere:

    È necessario ricordare che è normale un ritmo cardiaco che, in battiti per minuti, rimane in un intervallo 60-100.

    Le complicazioni

    Tra le complicazioni derivanti dalle aritmie cardiache, ci sono:

    Le cause

    Le cause delle aritmie cardiache possono essere diverse. Di queste possono fare parte:

    La diagnosi

    Alla comparsa di segni e sintomatologia, è consigliabile contattare il proprio medico e/o cardiologo che – tramite alcuni esami e analisi – stabilirà la diagnosi e la terapia più adatta al caso specifico.

    Oltre alla visita medica base, all’ascolto del battito cardiaco con lo stetoscopio, alle analisi del sangue e allo studio dei sintomi, il medico richiederà alcuni test di approfondimento, così da escludere o confermare la presenza di altre patologie:

    • Misurazione del polso;
    • Elettrocardiogramma: questo esame serve per registrare gli impulsi elettrici del cuore e individuare eventuali disturbi cardiaci;
    • Elettrocardiogramma dinamico secondo Holter: questo esame è utile per registrare l’attività elettrica del cuore in 24 o 48 ore, tramite l’applicazione di uno strumento che registrerà durante tutte le normali attività quotidiane;
    • Ecocardiografia;
    • Prova da sforzo: questa prevede lo svolgimento di semplici esercizi – se impossibilitati ad eseguirli, potranno essere somministrati dei farmaci – per aumentare la frequenza cardiaca e controllare il battito cardiaco.

    La cura

    Qual è la cura contro l’aritmia cardiaca? Il trattamento dipenderà dalle cause scatenanti, dal tipo di aritmia e da eventuali cardiopatie associate.

    In linea generale, si procede con la somministrazione di farmaci:

    • Beta-bloccanti e calcio-antagonisti: questi servono a rallentare la frequenza del battito cardiaco;
    • Antiaritmici: stabilizzano il ritmo cardiaco;
    • Anticoagulanti: questi farmaci fluidificano il sangue e prevengono la formazione di emboli e trombi.

    C’è, poi, la possibilità di dover agire con interventi chirurgici:

    • Cardioversione elettrica: consiste nell’applicazione di una scarica elettrica per resettare e ripristinare il ritmo sinusale, quello scandito dal nodo seno atriale;
    • Ablazione a radiofrequenza o ablazione transcatetere: prevede l’uso di un particolare catetere inserito nelle vene femorali e condotto al cuore, per infondere una scarica elettrica utile a capire l’area del miocardio non funzionante correttamente e per applicare una scarica a radiofrequenza nella stessa zona per distruggere il tessuto responsabile dell’aritmia;
    • Pacemaker: si tratta di un piccolo apparecchio installato sotto la cute, a livello toracico, in grado di inviare impulsi elettrici al cuore per normalizzare il ritmo cardiaco, portandolo da un valore inferiore a 60 battiti per minuto a un valore tra 60 e 100 battiti per minuto;
    • Defibrillatore: è un altro apparecchio impiantato sotto la cute, ma a livello della clavicola, che emette una scarica elettrica diretta al cuore, quando il battito cardiaco è accelerato oltre il limite normale dei 100 battiti per minuto.

    I rimedi

    Esistono, poi, dei rimedi contro le aritmie cardiache, che prevedono un cambio nello stile di vita che dovrà essere il più sano possibile. È, dunque, necessario:

    • Fare attività fisica, ma senza esagerare;
    • Non abusare di alcol e caffeina;
    • Non assumere droghe;
    • Evitare di fumare;
    • Cercare di rilassarsi il più possibile, magari tramite alcune attività come meditazione e yoga.

    La prognosi

    Infine, la prognosi dipenderà da diversi fattori: ad esempio, dalla causa scatenante, dalla gravità della condizione e dalla tempestività di intervento, oltre che dall’età e dallo stato di salute del paziente.