Apnee notturne e incidenti stradali: un legame stretto e pericoloso

Apnee notturne e incidenti stradali: un legame stretto e pericoloso

Il colpo di sonno e comunque la sonnolenza a seguito di apnee notturne può essere causa di gravissimi incidenti stradali

da in Malattie, Ministero della Salute, News Salute, Sonno
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    Il colpo di sonno e comunque la sonnolenza a seguito di apnee notturne può essere causa di gravissimi incidenti stradali

    Certo, di fronte alle gravi patologie che spesso narriamo e di cui, ancora oggi deve fare i conti la nostra Società, parlare di apnee notturne e russamento abituale sembra persino sminuente rispetto all’attenzione che, generalmente, la scienza riserva alle gravi malattie; ciò non toglie che questi due disturbi rendono spesso difficile la vita di chi ne soffre, molto di più di quanto si possa credere.

    Anche perché, le apnee notturne, scientificamente chiamate Osas, ovvero, sindrome dell’apnea ostruttiva del sonno, non si limitano a quel periodo limitato in cui non si respira con le conseguenze che ne derivano, ma forse, sono persino queste conseguenze a rappresentare di per sé un problema e, a quanto pare, non certo di poco conto. Un esempio, il senso di soffocamento che svegliano l’individuo nel peggiore dei modi, la cefalea, il sonno diurno di chi ne soffre, compresa la perdita o l’abbassamento dell’attenzione di giorno di questi pazienti al punto che, definirli tali non è per nulla azzardato, se solo si pensa che nella sola Italia oltre un milione e mezzo di persone si confronta con questi disturbi con riverberi sociali non certo di poco conto.

    Un esempio, un numero rilevante di incidenti stradali sono causati proprio dalle conseguenze di questa patologia, lo dimostra uno studio del 2001, realizzato dal Ministero della Salute che, individuando il numero di sinistri della strada avvenuti nel periodo 1993/97, ha stabilito nella sonnolenza e nel colpo di sonno, in generale, un’incidenza del 21% in questi eventi . Ma non finisce qui, perché lo stesso Ministero nel 2002 ha rilevato che il 15% degli incidenti erano, si attribuiti alle cause di cui sopra, ma ben 9551 eventi dove si sono contate niente meno che 367 vittime, erano causate dall’Osas.

    “Un problema”, spiega Domenico Geraci, direttore dell’Istituto di biomedicina e immunologia molecolare (Ibim) del Cnr di Palermo, “la cui importanza è paragonabile alla guida sotto l’effetto di alcol o di droghe; un problema di salute pubblico con conseguenze sociali ed economiche pesanti”.“Vi è ormai un’ampia letteratura che conferma l’associazione tra Osas e aumento del rischio di incidenti”, aggiunge Giuseppe Insalaco, pneumologo, ricercatore dell’Ibim-Cnr.

    “Per esempio, in base al ritardo dei tempi di reazioni tra pazientii Osas e soggetti normali, i primi percorrono mediamente a 130 km/h (velocità massima consentita sulle autostrade italiane) 22 metri in più prima di iniziare a frenare”.

    Eppure la realtà, pur se grave, sembra persino sottovalutata, forse proprio dagli stessi pazienti, se si pensa che solo 40.000 si sottopongono alle cure mediche del caso, al punto che, “In Sicilia”, continua il direttore dell’Ibim-Cnr, “presso il nostro Istituto è in corso da anni un’attività di diagnosi e terapia riconosciuta a livello internazionale. La diagnosi viene effettuata mediante registrazione poligrafica notturna e la terapia consiste in un trattamento, da effettuarsi mentre il paziente dorme, mediante applicazione di una pressione positiva continua nelle vie aeree. E’ una terapia risolutiva nell’eliminare le apnee, nel migliorare il sonno notturno e ridurre il problema della sonnolenza”.

    Insomma, pur non potendo certo parlare di allarme sanitario, bene faremmo, sicuramente, a non sottovalutare questo disturbo, soprattutto quando a soffrirne sono categorie professionali che svolgono turni di lavoro notturni; pensiamo agli autisti “Senza dimenticare”, conclude Insalaco, “che i pazienti con patologia severa non trattata hanno una più alta incidenza di malattie cardiovascolari fatali (1.06×100 persone/anno) ed eventi cardiovascolari non fatali (2.13×100 persone/anno) rispetto a tutti gli altri pazienti, come hanno ampiamente dimostrato diversi studi osservazionali”.

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