Amniocentesi: rischio aborto quasi azzerato con antibiotici

Amniocentesi: rischio aborto quasi azzerato con antibiotici

Sottoponendosi ad antibioticoterapia prima di un’amniocentesi, il rischio di andare incontro ad un aborto è passato da un episodio ogni 500 pazienti a uno ogni 3

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    Amniocentesi

    L’amniocentesi ha sempre rappresentato per le donne in stato di gravidanza che si sottopongono a questo importante esame, un pauroso spauracchio a causa del rischio aborto cui possono andare incontro, ma oggi tale alea potrebbe essere ridotta quasi del tutto se le donne poco prima di sottoporsi all’esame faranno una cura a base di antibiotici.

    A questa conclusione sarebbero giunti ricercatori italiani che hanno studiato tale eventualità per sette anni su donne in stato di gravidanza e che hanno pubblicato gli esiti del lavoro scientifico sull’ultimo numero della rivista “ Prenatal Diagnosis “ da dove si rivelerebbe che una terapia antibiotica, precedentemente osservata dalla paziente, abbassa il rischio aborto del 90% .

    Lo studio in questione si chiama Apga trial, effettuato su circa 40 mila donne che si sono sottoposte ad altrettante amniocentesi presso il Centro di medicina materno fetale ‘Artemisia’ a Roma. Alla ricerca hanno preso parte, tra gli altri, Pietro Cignini del Dipartimento di diagnosi prenatale dell’Artemisia, Alvaro Mesoraca del Dipartimento di genetica e biologia molecolare medicina materno fetale sempre del centro romano, e Marco Cini del Dipartimento di ingegneria dell’impresa dell’Università di Roma Tor Vergata, che ha curato l’analisi statistica dello studio.

    Sottoponendosi ad antibioticoterapia prima di un’amniocentesi, il rischio di andare incontro ad un aborto è passato da un episodio ogni 500 pazienti a uno ogni 3.400 pazienti. “In Europa – sottolinea Giorlandino – abbiamo la migliore medicina materno fetale. Con i dati emersi dallo studio deve essere ormai chiaro che oggi fare l’amniocentesi non è rischioso”.

    “In questo modo c’è un rischio aborto pari allo 0,03 % per chi fa la terapia antibiotica prima di sottoporsi alla procedura, contro lo 0,2 % per chi decide di non farla, percentuale comunque sempre molto bassa.

    Non si deve più parlare di un rischio pari all’1%. Questo dato, risalente a 23 anni fa, è ormai superato”, assicura il ginecologo. Giorlandino afferma inoltre che “ormai i recenti progressi nella diagnostica di biologia molecolare hanno fatto sì che oggi sul liquido amniotico non si vada più ad indagare solo rispetto alle cromosomopatie (la più nota delle quali è la sindrome di Down), ma anche altre malattie genetiche, legate al Dna”.

    Con la tecnologia microarray è infatti possibile studiare a fondo tantissime malattie genetiche e non è tutto, infatti con il liquido amniotico è possibile ” l’isolamento di cellule staminali pluripotenti, in grado di differenziarsi in tutte le linee cellulari dell’organismo. Queste caratteristiche, insieme con l’assenza di questioni etiche riguardanti il loro utilizzo – conclude l’esperto – suggeriscono che le staminali presenti nel liquido amniotico potrebbero essere promettenti candidati per la terapia di numerose patologie umane”.

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